Se la filosofia si specchia nel grande schermo. «Da «Aristotele a Spielberg» di Julio Cabrera traccia la linea che unisce registi moderni e maestri del pensiero

Alessandra Iadicicco

“Il Giornale ” 31 Dicembre 2000.
 
Quanto meno è un'idea didatticamente felice: niente infatti sembrerebbe più proficuo che portare al cinema, per imparare la filosofia, studenti usciti di recente da beate infanzie televisive. Anche nella più pigra delle giovani menti resterà bene impressa l'idea di Natura, forza ostile ed estranea ribelle a uno sfruttamento incontrollato, se si presenta con l'aspetto mostruoso del pescecane spielbergiano che affiora dagli abissi per divorare l'uomo che l'ha sfidata. Così come l'essere-per-la-morte sembra una condizione non tanto lontana dalla comune esperienza, se prende il colore malinconico degli ultimi giorni di vita delle due anziane protagoniste di Le balene d'agosto. E il tedio, lo spaesamento di Giuliana-Monica Vitti, che dà voce alle proprie paure nel Deserto rosso di Michelangelo Antonioni («C'è qualcosa di terribile nella realtà, e io non so cos'è, e nessuno lo dice») può suonare come l'espressione più intensa dell'angoscia esistenziale del Dasein. E allora: Steven Spielberg come i «fìsiologi» greci? Antonioni come Martin Heidegger? Difficile dirlo. Di sicuro lo Squalo e perfino gli «ontologici» film del regista italiano sono più emozionanti delle pagine di Essere e tempo.
Astutamente Julio Cabrera, spagnolo professore di filosofia, fa leva sulla capacità che ha il film di emozionare e coinvolgere, di catalizzare l'attenzione anche della mente più indolente, per raccontare la storia del pensiero occidentale attraverso le più celebri sequenze cinematografiche d'autore. L'ambizioso progetto di Da Aristotele a Spielberg (Bruno Mondadori, pagg. 342, lire 38.000) è quello di proiettare su grande schermo i temi speculativi capitali della nostra tradizione. Di cercare, insomma, nella storia del cinema un repertorio dei problemi che hanno occupato i filosofi dai presocratici a Wittgenstein.
Essere, conoscenza, natura, dubbio, responsabilità morale, sostanza, esistenza, linguaggio sono motivi che, per quanto ardui e blasonati, se trasposti in celluloide, possono suscitare la vivida partecipazione del pubblico. Con tutte le controindicazioni del caso. Il rischio più prossimo, ovviamente, è quello dell'eccessiva semplificazione: il richiamo al film può essere spesso riduttivo e fuorviante. Per esempio, l'identità ambigua del soggetto non corrisponde esattamente ai casi di personalità doppie o multiple (Batman, Dracula, lo Zelig di Woody Allen). D'altra parte, l'idea kantiana di libertà che nella Critica della ragion pratica determina il comportamento morale dell'uomo è più complessa e paradossale del principio dello spregiudicato, rivoluzionario (e piuttosto irritante) professor Keating-Robin Williams dell'Attimo fuggente. E voler a tutti i costi vedere i tre movimenti della dialettica hegeliana (posizione-negazione-riconciliazione) nel wendersiano Paris Texas (fuga dalla famiglia in crisi-avventura-ritorno a casa del protagonista Travis) sa un po' di forzatura.
Se, in definitiva, la storia cinematografica del pensiero riesce un po' gracilina sotto il profilo teorico, più convincente è invece l'operazione inversa. quella cioè, che Cabrera non lascia intentata di problematizzare il cinema attraverso le categorie della filosofia. Laddove il professore dà una lettura formale delle pellicole prescelte, dove ne mette in luce tecniche narrative e strategie di realizzazione, riesce davvero a rendere evidente il bagaglio di nozioni teoriche di cui il cinema non può fare a meno. E alla decima musa è così restituita la dignità speculativa che merita.
Bastino tre esempi. Ladri di biciclette, capolavoro del neorealismo italiano anni Quaranta, è la dimostrazione più riuscita dell'artificiosità del reale. Quella realtà che De Sica vorrebbe documentare «semplicemente», «direttamente», «senza mediazioni» risulta invece da una complessa procedura di selezione (inquadrature, tagli calcolati, antefatti presupposti, montaggio) che tradisce - la Poetica di Aristotele insegna - la «finzione del possibile». O Il decalogo di Krzysztof Meslowski, maestro della contingenza, mago dell'eventualità ci presenta un mondo caotico e privo di qualsiasi regolarità in cui gli eventi non combaciano, si ostacolano disordinatamente, e sono tuttavia misteriosamente legati dalla trama del film. O, infine, il sofisticatissimo Pulp fiction di Quentin Tarantino: costruito per giustapposizione di frammenti, racconti spezzati, fuori sequenza, costringe lo spettatore ad attivare le (aristoteliche? kantiane? Comunque iperfilosofiche) inferenze causali della logica.