GOMORRA

Marco Albanese

“Non mi interessava realizzare un film per giudicare le persone, ma per raccontare quello stile di vita, la lotta per la sopravvivenza giorno per giorno”.

Matteo Garrone, 2008

Gomorra è stato il caso letterario più eclatante degli ultimi anni: un reportage coraggioso e documentato, un viaggio allucinante all’interno della camorra, nelle sue guerre senza quartiere e nelle sue ramificazioni più o meno legali, che ha venduto oltre un milione di copie.
Un affresco potente e ricchissimo su quello che è stato chiamato “il sistema”, che governa il territorio delle province di Napoli e Caserta, con la violenza, ma anche attraverso il riciclaggio dei rifiuti, le fabbriche manifatturiere, i traffici internazionali nel porto del capoluogo campano.
Matteo Garrone, a quattro anni da Primo amore, ha adattato per lo schermo cinque storie raccontate nel libro, con un’operazione narrativa tanto radicale, quanto indovinata: il testo di Roberto Saviano è ricchissimo di personaggi e di racconti, l’unico modo per trasformarlo in un film era quello di operare una scelta netta.
Garrone ha privilegiato cinque storie, forse poco legate alla stretta cronaca criminale, ma rappresentative di un universo complesso, trasversale, fatto di giovani che sognano una vita alla Scarface, ragionieri della mala, ragazzini che aspirano ad entrare nel giro dei grandi, sarti abilissimi, corteggiati dai cinesi e dalle grandi griffe della moda.

Il film, presentato in concorso al festival di Cannes, ha conquistato il Gran Premio della Giuria.
Come sempre nelle opere di Garrone, sono i personaggi e l’ambiente ad imporsi sulla storia.
Era così per le prostitute nigeriane di Terre di mezzo, come per gli albanesi di Ospiti o i tassidermisti de L’imbalsamatore.
I primissimi piani del cinema di Matteo Garrone, sembrano voler entrare nei personaggi, esplorarne l’inconscio, soffocando paradossalmente la partecipazione dello spettatore.
Garrone ha trascorso diverse settimane a Scampia, prima di iniziare le riprese, come  ogni vero documentarista dovrebbe fare, per conoscere meglio il soggetto della propria ricerca, per integrarsi nel contesto e per reclutare molti dei non attori, che recitano nel suo film.
Avevo in testa facce alla Scorsese e invece ho dovuto constatare un forte cambiamento antropologico. I criminali vestono Dolce e Gabbana, fanno manicure, si abbronzano ai solarium. Sono chic e leccati come famosi calciatori 1.
Il suo metodo documentaristico ha scardinato ogni consuetudine ed ogni cliché: non c’è mai compiacimento nel suo sguardo, la macchina da presa è vicinissima, simbiotica con i suoi personaggi, ma il regista rimane invece distante, appartato, scevro da facili giudizi morali.
Pur dichiarando una passione per Fassbinder ed il suo cinema di vittime e carnefici, Garrone privilegia una narrazione fredda, rigorosissima, nella quale i suoi ousiders sembrano aver perso ogni speranza di riscatto personale.
“E’ come se un continuo senso di disfatta iniziasse ad intrecciarsi con le trame naturalistiche della narrazione” 2.
La morte era la compagna ineludibile di Peppino Profeta, l’imbalsamatore, e di Vittorio, l’orafo di Primo amore.
Ed anche Gomorra si apre con una strage in un centro estetico, sotto la luce azzurra delle docce solari e si chiude con due cadaveri, che una ruspa si incarica di far sparire, per evitare di attirare l’attenzione sulla guerra di Secondigliano.

La stessa aura di fatalità unisce le cinque storie e le molte vite del film: Marco e Ciro, due giovani che sognano di governare il mondo, rifiutando il giogo di qualunque padrone; Totò, tredici anni, che aiuta la madre a portare la spesa a domicilio negli appartamenti dell’ecomostro di Scampia; Roberto e Franco che trafficano nello smaltimento dei rifiuti tossici, offrendo agli imprenditori del nordest prezzi molto vantaggiosi; Don Ciro, un contabile della camorra, che è incaricato di portare i soldi alle famiglie che hanno un parente in carcere ed in fine Pasquale, sarto in una manifattura clandestina, che accetta di lavorare per la concorrenza cinese, dietro ricco compenso.
In Gomorra l’unica identità è data dalla sopraffazione e l’unico obiettivo è la propria sopravvivenza.
La scelta di Garrone è stilistica, prim’ancora che narrativa: emblematiche sono le inquadrature in primissimo piano, che mettono a fuoco solo alcuni dei personaggi, mentre il resto rimane sullo sfondo.
Come a voler rappresentare ancora più chiaramente che è lo spettatore a dover mettere a fuoco, se lo vuole, tutto il sistema-Gomorra, troppo ampio e ramificato per poter essere racchiuso in un film solo.
Garrone preferisce privilegiare le storie che raccontano l’ineluttabilità del destino criminale e la contiguità tra legale e illegale, “del loro intrecciarsi intimamente e subdolamente, colte nel momento in cui i singoli si trovano di fronte ad una scelta definitiva quasi senza accorgersene 3: per il sarto Pasquale è la collaborazione con i cinesi, per il piccolo Totò è il tradimento di Maria, l’amica della madre, a cui portava la spesa, per Don Ciro è la lotta con gli scissionisti, per Ciro e Marco è l’alternativa tra sottomettersi al potere dei clan o perseguire il proprio sogno di autonomia.
Per ognuno di loro la scelta sarà foriera di sangue, di morte.
Ma in un microcosmo dominato dalla legge del taglione e da pericolosi riti di iniziazione, quello che sembra mancare del tutto è ogni sentimento di compassione, di umanità.
Anche il dolore sembra bandito da Gomorra: i morti non si piangono, ma si vendicano, in una spirale senza fine.
Non ci si ferma neppure di fronte all’infanzia e all’adolescenza.
Alcuni ragazzini vengono usati come esche, per atroci rappresaglie con il clan rivale.
Altri vengono utilizzati da Franco, per guidare i camion di rifiuti tossici, quando gli autisti si rifiutano di farlo, perché troppo pericoloso: ammaestrati come scimmiette al circo, dal domatore Toni Servillo, guidano nella cava di tufo i pesanti mezzi carichi di morte.
Garrone si incarica di rappresentare più che di interpretare, rinuncia all’emozione, all’esibizione muscolare e si tiene distante anche dalla politica e dalla cronaca, per cercare di rendere credibili i suoi personaggi, con una scelta di messa in scena mimetica, sotto traccia.
E' bandita ogni spettacolarizzazione della violenza criminale, ogni mitizzazione dell'orrore: Garrone si incarica invece di mostrare come il virus criminale abbia infettato ogni ambito, creando un clima di paura, che terrorizza alcuni ed attrae irresistibilmente gli altri.
Gomorra evita ogni facile nesso narrativo, rinuncia ad ogni iconografia  e racconta una storia di mafia come fosse la prima volta: tralasciando i capi dei clan e concentrandosi sulla piccola manovalanza, sulle figure marginali del sistema, quelle di confine tra legalità e illegalità, in un racconto corale che non concede nulla allo spettatore.


Come è stato scritto, “il suo cinema ed il suo film non assomigliano a niente 4.
Rimane un profondo senso di malessere, perché il percorso dei protagonisti, chiusi nelle fredde vele di cemento di Scampia, attraversate da squallidi labirinti da cui non si esce, scorre parallelo a quella della legalità borghese, talvolta a pochi passi di distanza.
Come s’incarica di ricordarci lo stakeholder Franco, interpretato con sublime ironia e naturalezza dallo strepitoso Toni Servillo, e come risulta evidente nella scena del massacro, in cui Don Ciro vende i propri capi agli scissionisti.
E' uno dei pochi momenti del film in cui Garrone rinuncia alla macchina a mano. L’inquadratura, che per tutta la sequenza è rimasta sul contabile, improvvisamente si allarga: un plongée lo segue mentre esce dalla stanza, sorpassa i cadaveri dei boss e delle loro guardie del corpo, e si allontana nel traffico della città, che indifferente partecipa ad un’altra inutile strage.
La fotografia di Marco Onorato asseconda le scelte naturalistiche di Garrone “expertly using the spaces of the housing projects with their deadening, almost inhuman angles and dark interiors, incapable of protecting the residents from the overall feeling of helplessness 5.
La colonna sonora, curata da Leslie Shatz, è straordinaria nel sovrapporre i rumori delle voci, delle pistole e degli spari, alle canzoni neomelodiche e alle urla del quartiere.
Privo di enfasi ed emotività, Gomorra è il testimone etico di una tragica assuefazione e di un generale impoverimento culturale, prim’ancora che morale.
E ogni volta che si manifesta un sentimento, come nel rapporto tra Pasquale ed il cinese che lo ingaggia, o come nell’amicizia tra Ciro e Marco, un’improvvisa esplosione di sangue si incarica di riportarci di nuovo, inesorabilmente, nel dominio della violenza.

 

Note

1  Matteo Garrone, Intervista a La Repubblica, 25 aprile 2008.

2 Anna Dark, Matteo Garrone, L’arte della scarnificazione.

3 Paolo Mereghetti “I criminali di Gomorra: forza del grande cinema”, Corriere della Sera, 13.5.2008

4 Paolo D’Agostini “Gomorra”, La repubblica, 16.5.2008

5 Derek Elley “Gomorrah”, Variety 18.5.2008