ZATOICHI

Marco Albanese

Anche con gli occhi ben aperti, non si vede proprio niente.

Takeshi Kitano, 2003

 

Presentato in concorso all'ultima Mostra del Cinema di Venezia, Zatoichi, undicesimo lungometraggio di Takeshi Kitano, è un omaggio scherzoso alla figura del massaggiatore cieco, paladino dei deboli, patrimonio della cultura giapponese.
Grazie ai racconti di Ken Shimozawa ed all'interpretazione dell'attore Shintaro Katsu, che lo ha incarnato in una lunga serie cinematografica e televisiva, a partire dal 1962 sino al 1989, Zatoichi è un maestro abilissimo nello stile iai, quello che prevede di impugnare la spada a rovescio.
Giocatore di dadi, oltre che massaggiatore, nasconde la spada dentro il bastone da cieco.
Kitano, che si è spesso fatto beffe di questo personaggio, nei suoi programmi televisivi e finanche in Getting Any ? (1994), spinto dalla produttrice televisiva Chieko Saito, grande amica e mecenate di Katsu, ha ripreso il personaggio della tradizione, mantenendone solo gli elementi fondamentali, ma rinnovandolo completamente: la capigliatura biondo platino, i costumi, rivisitati dalla stilista Yamamoto ed il bastone-spada, che è ora rosso.
Non solo ma la generosità di Zatoichi, che in spregio ai tiranni ed ai padroni del villaggio, aiuta i contadini e la povera gente, è stata messa in secondo piano da Kitano, che ha tratteggiato un personaggio solitario, taciturno, implacabile con la spada.
Ambientata nel Giappone del XIX secolo, la sceneggiatura si arricchisce di altre due storie, oltre a quella del protagonista, che si intrecciano e si fondono nel corso della narrazione: c'è un ronin solitario che è in cerca di vendetta per l'onore perduto e che ha una moglie malata, per la quale accetta di diventare guardia del corpo di Ginzo, il signore del paese, e poi ci sono due fratelli, travestiti da geishe, la cui famiglia è stata sterminata dieci anni prima da tale Kuchinawa, che ora si cela sotto una falsa identità, proprio nel villaggio in cui tutti si ritrovano.
Si incontrano strani personaggi, come la donna che ospita il massaggiatore e suo nipote, che passa il tempo a perdere, giocando a dadi.

C'è un buffo personaggio, che sogna di diventare samurai e va in giro tutto il giorno nudo con una lancia in mano.
Ci sono i contadini che arano i campi a tempo di musica e ballano sotto la pioggia.
E poi ci sono i cattivi, Ginzo e Ogi, che cercano, con l'aiuto del ronin, di far fuori gli altri signori del villaggio e c'è il misterioso Kuchinawa, che li guida tutti, occultato dietro un'identità insospettabile.
Come spesso succede nei film di Kitano, ci sono momenti comici, altri più drammatici e c'è anche il musical, negli ultimi minuti del film.
Le storie dei personaggi sono raccontate da brevi flashback, che non chiariscono le motivazioni di Zatoichi, né ci dicono perchè sia cieco, o finga di esserlo.
Kitano pare essersi molto divertito ad impersonare lo spadaccino, mantenendo la struttura del chanbara, il film di cappa e spada giapponese, e contaminandola con la propria poetica.
Il film, il primo di Kitano di ambientazione storica e tratto da un soggetto non originale, non ha velleità di realismo storico, ma trova la propria verità nel sogno, nella follia. 1
Anche perchè lo sguardo e la vista non sembrano aiutare i personaggi: Kitano gioca sul rapporto eccedente tra cecità e visione.
Zatoichi è l'eroe che in combattimento vede più e meglio di tutti, perchè si affida alla propria mente, al respiro delle cose e non all'inganno delle immagini.
Inoltre riesce a vedere meglio anche le congiure, i soprusi, gli inganni, come nella scena dei dadi truccati o nel finale, in cui solitario, nella notte, si incarica di smascherare finalmente il potente Kuchinawa.
Zatoichi è il guerriero viandante, fedele solo a se stesso ed al suo senso di giustizia, sgominando i malvagi che opprimono i più deboli.
Il delirio degli schizzi di sangue e degli arti mozzati, realizzati al computer, segna di iperrealismo pulp la violenta bellezza delle immagini dei combattimenti tra samurai.

La vena cruenta del film si sposa con quella grottesca, fino allo scatenato rovesciamento finale.
Dopo lo straziante, serissimo Dolls, Kitano torna a divertirsi, reinventando la maschera di Zatoichi, con gusto iconoclasta, sia per allontanarsi dall'ingombrante interpretazione di Katsu, sia per superare i limiti del film in costume e per evitare paragoni impropri, con i maestri giapponesi del genere storico.
Kitano stesso ha dichiarato che il film non vuole essere un omaggio a Kurosawa, ma un semplice divertissement, senza scrupoli filologici, in cui ha ricreato un universo originale, fuori dalle convenzioni storiche o cinematografiche.
Una celebrazione del cinema come puro spettacolo.
Nel finale, Kitano mette persino in dubbio la vera cecità del suo Zatoichi, che ci vede benissimo, smascherando il lato assurdo e ridicolo della storia. 2
E stravolge la convenzione dell'happy ending dei film storici giapponesi, con l'eroe che si allontana dal villaggio, salutato dai contadini, mettendo in scena un bellissimo e teatrale carosello con tutti personaggi del film che ballano un tip tap scatenato, sui ritmi degli Stripes.
“Mettere in scena le tipiche danze folkloristiche giapponesi con un mucchio di dilettanti oltre ad essere noioso non mi sembrava offrisse un granché, né dal punto di vista visivo, né musicale. E poi ho avuto la folgorazione: perchè non fargli ballare il tip tap?”
Certo nelle pieghe del racconto, ci sono alcuni dei temi-chiave dell'opera di Kitano, come quello dell'infanzia violata e della vita come avvicinamento alla morte.
Ma forse quello che interessa di più al regista è il motivo del sogno, dell'allucinazione in cui il tempo pare essersi fermato.
La vita nel villaggio appare come un gioco di maschere in balia del caso:tutti mentono, nessuno è ciò che sembra e l'eroe Zatoichi è colui che raggiunge la perfezione spirituale facendo della propria vita un'opera d'arte, sintesi di etica ed estetica.
Mancano la bruciante nostalgia ed il senso della tragedia di opere come Sonatine o Hana Bi: non si avverte quel peso sul cuore, quell'intreccio di malinconia e ilarità che fanno grande il cinema di Kitano 3 eppure Zatoichi è un film bellissimo, scanzonato, liberatorio, che trova la propria verità nel sogno e nella follia.
Può sembrare un esercizio di stile, un'opera minore, un affresco notturno, attraversato da ossessioni geometriche e musicali: la lama della spada di Zatoichi sembra disegnare linee e segni nell'inquadratura, con il rosso del sangue delle sue vittime.
La scintillante coreografia finale è anticipata dai momenti in cui i contadini sembrano arare i campi o ricostruire la casa bruciata da Ginzo, a tempo di musica.
E gli stessi duelli, lontanissimi dal wuxiapian hongkonghese, sono coreografati da Kitano con un'essenzialità del tutto originale.
Assistito dal bravissimo Yanagishima alla fotografia e dall'inedito Suzuki alle musiche, Kitano ha creato una sinfonia notturna, in cui la dominante blu, sin dal costume di Zatoichi, è primaria ed in cui il ritmo musicale del film trova la sua esplosione nel tip tap finale: delirante, pirotecnico, da antologia.
Con il pubblico della Sala Grande tutto in piedi, per tributare al maestro giapponese un meritatissimo trionfo, preludio al Leone d'Argento, assegnatogli dalla giuria della Mostra.

 

Note


1 Mauro Gervasini, Film TV, settembre 2003

2 Cfr. anche Vincenzo Buccheri, Takeshi Kitano, Il Castoro, 2004

3 Vincenzo Buccheri, Takeshi Kitano, Il Castoro, 2004