Lo scarto paradigmatico prodotto dalla musica jazz rispetto alla cosiddetta "musica classica"

Daniele Angelucci

 

Introduzione

Qual’è il significato etimologico di “jazz”? Persino il vocabolario non ha un termine ben preciso che lo definisca. Alcuni avanzano l’ipotesi che all’inizio si scrivesse “jaxx” e non jazz, altri sono convinti, senza dati rilevabili a conferma,  che il termine sia onomatopeico e faccia riferimento alla confusione, fastidiosa sensazione, che dava questa musica tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 ai perbenisti. Altri ancora sostengono che il termine provenga dal nome proprio di alcune band che eseguivano questo genere musicale alla fine del secolo XIX. Chi ha ragione? Probabilmente tutti; oppure nessuno! Emblematico ciò che afferma Tiziana Ghiglioni in una intervista su jazzitalia: “Probabilmente il termine jazz non è mai stato profondamente sviscerato, ma va bene così. In realtà il termine jazz non vuol dire niente e vuol dire tutto, allo stesso tempo.”
Come tutti i processi umani, forse non sono importanti tanto i nomi o le definizioni, anche se rivestono una enorme importanza dal punto di vista simbolico-cognitivo, quanto la storia di tali processi e il contributo che essi hanno apportato alla crescita, a volte anche al nichilismo sociale.
Vogliamo scandagliare, per quanto possibile e nei limiti di una trattazione che richiederebbe ben altra e lunga discussione, le similitudini e, soprattutto, gli scarti paradigmatici tra la cosiddetta “musica classica”, meglio definita “colta”, per quanto tale aggettivo nasconda in se un retaggio alquanto aristocratico-elitario,  e la musica jazz.

Similitudini

            Per quanto concerne le similitudini, la cosa più ovvia che si potrebbe affermare, almeno in apparenza, è che entrambi questi “fenomeni” artistici adoperano lo stesso linguaggio: la musica. Essa è considerata da molti, e non a torto, il linguaggio dei sentimenti umani più profondi, più “dilanianti”, ma allo stesso tempo più effimeri, data la modalità della sua rappresentazione temporale, caratteristica che la rende “schizofrenicamente” affascinante.
Altro elemento che le accomuna è costituito dai simboli grafici necessari per la sua trasmissione e riproducibilità: entrambe adoperano le figure musicali, i pentagrammi, i tempi, gli accenti, gli accidenti, ecc., benché ci sia da sottolineare una piccola, importante distinzione che riprenderemo più avanti.
Il terzo elemento riguarda la producibilità: con tale termine si intende la modalità con cui viene prodotta la musica. In entrambi i casi, classica e jazz, essa è opera dell’essere umano che vi si prodiga con tutto se stesso, con l’intelletto e con le mani, anche se quest’ultimo aspetto potrebbe essere assai opinabile, considerando l’avvento dell’elettronica che tuttavia non costituirebbe una discriminante di genere.

Scarti

            Le considerazioni più interessanti si possono cogliere in merito agli scarti paradigmatici riguardo la loro origine di produzione, il sistema di trasmissione, le codificazioni e schematicità, la fruibilità, nonché la libertà interpretativa.
Già il termine musica colta rimanda ad una origine aulica, controllata dalle classi dominanti. Tutto l’inverso per quanto concerne il jazz: esso nasce nelle campagne di cotone, nei bordelli, dagli strati più poveri della popolazione, soprattutto nera, e, seppure contaminata dalla cultura imperialistica bianca che imponeva i propri canti chiesastici cristiani per l’evangelizzazione di “anime inferiori”, mantiene nella sua ossatura portante il ritmo, la semplicità e la rabbia tipica della cultura africana sottomessa. E’ proprio questo miscuglio “bastardo” che creerà la ricchezza musicale. Sempre dal citato articolo della Ghiglioni riportiamo: “Per fortuna il jazz nasce come musica delle contaminazioni, ha questa fortuna. Ed è questo il motivo per cui, secondo me, è la musica del futuro. Il jazz non si ferma mai, se il jazz si ripetesse, non sarebbe jazz”.             
Per quanto concerne il sistema di diffusione, la musica classica si è sempre affidata alle corti, alle sale da concerto, ai castelli principeschi,  quantomeno per secoli. Il jazz si è diffuso, in poco tempo e a macchia d’olio, soprattutto nei postriboli, nelle strade, nelle campagne, nei cabaret, ecc., ed ha notevolmente influenzato tutti gli altri generi cosiddetti “leggeri”. Certo, come tutti i fenomeni che nel tempo assumono un calibro notevole, si è passati, poi, ad una dimensione ben più importante: basti pensare alle sale da concerto, precedentemente esclusivo appannaggio della musica classica. Ma tutto ciò non ha tolto, a questo genere musicale, la carica vitale che lo pervade e che lo accompagna in ogni sua rappresentazione: quell’urlo disperato di dolore, quel pessimismo carico di pathos e che, estrinsecatosi prima di tutto nel blues con il suo linguaggio semplice ed essenziale seppur corposo, si è poi fatto spina dorsale della sintassi jazzistica. Molti sostengono anzi, e non a torto, che l’anima del jazz è il blues.
Ma forse è nella codificazione del linguaggio e nella schematicità che si ha lo scarto maggiore tra i due generi. Se l’uno rimane legato alla pedissequa riproposizione filologica di musiche del passato, l’altro basa proprio il suo peculiare sistema di esecuzione sulla continua originalità, modificazione, reinterpretazione e ricostruzione dei temi e delle proposte musicali. Per non parlare poi dello spazio dato all’improvvisazione. Quando si parla di musica classica la prima cosa che viene in mente è la sua rigidità ripropositiva, anche se non del tutto vera: questo fenomeno si è cristallizzato soprattutto in epoca recente; in passato erano svariati i momenti di indicazione improvvisativi sulle partiture musicali, basti pensare a Mozart. Al contrario, quando pensiamo al jazz, quando semplicemente pronunciamo la parola jazz, la mente associa subito il termine all’improvvisazione. Spesso si sente dire: “la musica improvvisata”; “la musica dell’improvvisazione”.

American Jazz Band - Getty Images

American Jazz Band, anni 20 circa

Il jazz è improvvisazione. Non vi è jazz senza improvvisazione. E’ questo tema che rimanda alla rappresentazione grafica delle figure sul pentagramma. Il jazz adopera poche note, pochi simboli, soprattutto per le armonie, che rimandano a codifiche standardizzate che vengono spesso stravolte, reinterpretate, sostituite.
E per quanto concerne la fruibilità? Forse non tutti sanno che il primo disco inciso nella storia è di jazz! Così, mentre la musica classica era ed è legata tuttora ad una proposta ormai obsoleta e senza “appeal” per le nuove generazioni, a causa degli stessi luoghi di fruizione, quali i teatri, il jazz si “esibisce”, senza remore, in ogni luogo: “on the road” (per strada), club, stadi, teatri. Ironia della sorte: la musica della “bassa plebe” conquista, spodesta e riempie i “templi consacrati”, precedentemente, solo alla musica “aulica”.
            Nel suo volume considerato “bibbia” di questo genere in Italia, Arrigo Polillo (1972), grande giornalista e conoscitore di jazz, scrisse che esso, in poco più di un secolo, aveva percorso le stesse tappe che la musica classica aveva compiuto in un millennio. Forse anche la rapidità dell’evoluzione artistica costituisce uno scarto importante tra i due generi. Il primo più elefantiaco e sganciato dalla realtà, il secondo molto più frenetico, congiuntamente alle trasformazioni sociali del Novecento.
            Fondamentale, poi, considerare, le derive alle quali si è pervenuti. Nella musica classica, a seguito della crisi della concezione tonale del discorso musicale, vi fu un totale stravolgimento, una rivoluzione vera e propria, ad opera della “serialità”, con l’introduzione della dodecafonia da parte di Shoenberg, Berg e Webern, portata al parossismo da personaggi quali Boulez e Stockhausen. Questa enorme trasformazione, seppure benefica dal punto di vista concettuale, soprattutto all’inizio, dato che rompeva degli schemi precostituiti e cancrizzati, ha portato ad uno scollamento tra le opere degli artisti e la realtà di tutti i giorni. Tanto è vero che negli ultimi anni la serialità è rimessa in discussione a vantaggio di filoni di pensiero musicale quali la nuova-tonalità o il neoromanticismo, e, prima ancora, il minimalismo. Nel jazz, si è verificato qualcosa di assimilabile alla rivoluzione della dodecafonia: si pensi al free-jazz. Esso è nato non come crisi e superamento, solo intellettualistico, del linguaggio classico e romantico, così come è stato nella musica colta, ma, anzitutto, come reazione all’ eccessiva commercializzazione provocata dall’uomo bianco (tanto per cambiare!);  non è stato uno sbocco incomprensibile di una musica che non aveva più nulla da dire, come qualcuno accusava, anzi esso è nato e si è sviluppato proprio in un periodo storico in cui le libertà di espressione, di pensiero e, non ultima, artistica, hanno raggiunto l’apice nel ‘900. E non va dimenticato, tra l’altro, che questa rivoluzione era voluta dal basso: dal popolo del jazz; era il popolo nero che voleva, chiedeva, desiderava, questa trasformazione rivoluzionaria.      

Conclusioni

Si ha quasi la sensazione che la musica classica, portando alle estreme conseguenze le istanze più interessanti e valoriali della rottura con il passato, si sia spinta su binari non agganciati con il vivere quotidiano, con il mondo di oggi, e non sappia più trovare la strada della convivenza sociale. Questa tendenza, perlomeno negli ultimi decenni, comincia ad essere compresa dai compositori più giovani, che rimettono in discussione quelle dogmaticità che si dichiaravano progressiste e rivoluzionarie. Buona dichiarazione d’intenti, quest’ultima, ma non corroborata dalla realtà dei fatti condivisi dalla gente, perlomeno sino ad oggi.
            E nel jazz? All’interno di questo genere si comincia a parlare di “musica totale”, intesa come senza più confini di genere, senza più costrizioni o repressioni artistico-culturali; acquisizione di un pluralismo benefico ed osmotico che guarda con interesse alla commistione dei generi musicali. Tutto ciò si riallaccia inesorabilmente al quesito iniziale: forse jazz vuol dire totale? Forse il senso di questa parola è nel suo destino? E dove porterà questa totalità? Quale sarà il seguito?
Se, come sembra, oggi l’accezione del termine non ha più connotati negativi come agli esordi; se la parola jazz ha mutato completamente il valore spirituale, iconografico, culturale, arrivando a significare partecipazione, interrazialità e globalità culturale, si può azzardare l’ipotesi che questo possa essere il preludio per futuri sviluppi benefici per tutta la musica mondiale.

 

Bibliografia

1972. Arrigo Polillo JAZZ, Mondadori, Milano.