L'integrità dell'anima. Storie di donne vittime di violenza. Le nuove prassi di intervento

Silvia Lelli

2. La violenza intrafamiliare: riflessioni iniziali

Dare una definizione unitaria del fenomeno della violenza intrafamiliare è compito arduo. Data la complessità del fenomeno e le sue implicazioni politiche, sociali ancor prima che psicologiche, la scelta alla base del presente lavoro è il tentativo seppur modesto di individuare alcuni concetti di base per la descrizione del fenomeno e di circoscriverne la lettura  rispetto ad interventi di natura strettamente clinica.
Prima di citare alcune teorie e forme di intervento già utilizzate circa il contrasto alla violenza intrafamiliare che qui viene utilizzato, per l’esperienza di chi scrive, quale violenza alle donne, può essere interessante prendere in considerazione alcuni aspetti utili a focalizzare il fenomeno (o problema).
Un primo problema è quello di una definizione, che come già detto, appare difficile.
Il problema della violenza sulle donne come fenomeno che riveste una sua specificità all’interno della relazione di coppia, era stato affrontato a partire dagli anni settanta da una letteratura perlopiù anglosassone.
Lo studio di L. Walker  (1979, 1996, 2000) 1 rappresentò un punto di partenza per la definizione di maltrattamento, compreso fino ad allora nella generica classificazione di conflitto tra coniugi. Tale studio ha aperto nuove prospettive di lettura e intervento basandosi sulla distinzione tra abuso e conflitto quali fenomeni che non possono essere accomunati e sulla convinzione che la violenza nella coppia  è una questione legata al genere.
La confusione tra conflitto tra coniugi e maltrattamento sembra favorire un lettura diversa o addirittura una non- lettura del fenomeno; la realtà della violenza domestica non può prescindere da alcune constatazioni di fatto incontestabili: un’ assimetria all’interno della coppia, un’assimetria biologica a favore dell’uomo che agisce la violenza, un’ assimetria all’interno di una relazione di non reciprocità  creata dall’abuso e che configura la donna nel ruolo di “vittima” (Ponzio, 2004).
La nozione di non- reciprocità nelle situazioni di maltrattamento e di discriminazione tra conflitto e abuso rappresentano dei nodi centrali che chi opera nello specifico settore si trova a dover affrontare; nodi teorici importanti divengono, quindi, i concetti di responsabilità del maltrattante e effrazione 2 intenzionale e continuata sulle donne.
Il concetto di responsabilità rimanda al problema della sua attribuzione ad entrambi i coniugi, rendendo la vittima (in questo caso la donna) responsabile, allo stesso modo, dell’abuso che subisce (introducendo il concetto di “circostanza” attenuante) o, in maniera esclusiva, all’aggressore, quando venga fatta propria una visione del fenomeno che non può prescindere da una lettura di genere e quindi riconoscere che l’abuso è una scelta  precisa dell’aggressore (Ponzio, 2000).
Diventa importante, alla luce di un lavoro di sostegno e terapia con la vittima, avere chiara la propria posizione, che può anche rivelarsi una ben definita scelta di campo (nei Centri Antiviolenza diviene scelta necessaria ) che non dovrebbe comunque e in nessun modo influenzare il lavoro terapeutico con la vittima.
A questo punto appare necessario fare una distinzione tra livelli: l’attribuzione di responsabilità della violenza quale reato (la cornice) e la percezione della donna vittima di violenza e la sua attribuzione di responsabilità che non è quasi mai di immediata lettura (la vittima).
 Nell’intraprendere un percorso terapeutico, tenendo conto del secondo aspetto sul quale peraltro si va ad intervenire, si può prendere spunto proprio da concetti importanti come quelli di causalità, responsabiltà e colpa3.
Una prima distinzione sottolinea come l’attribuzione di causalità riguarda i fattori che danno luogo ad un evento, l’attribuzione di responsabilità comprenda un giudizio sulla capacità di una persona di render conto di un comportamento  (accountability)  ed infine l’attribuzione di colpa sia un giudizio valutativo riguardante la responsabilità individuale implicata in un certo evento per biasimare.
L’attribuzione di responsabilità  è saliente nelle relazioni intime poiché è sempre un processo che implica un noi relazionale, un altro a cui l’agente deve rendere conto della sua condotta qualora vengano violate alcune regole e aspettative  costitutive della coppia.
La distinzione tra responsabilità e colpa diviene sottile, specie nel caso delle relazioni intime, in quanto entrambi i processi  condividono le medesime dimensioni quali ad esempio azione intenzionale versus azione non intenzionale, con motivazione negativa-egoistica-dannosa versus motivazione positiva-altruistica-inoffensiva oppure capacità versus incapacità di agire in altre direzioni (Gius, Zamperini, 1997).
Il lavoro con le donne vittime di violenza presuppone un faticoso percorso di nuova costruzione delle loro esperienze attraverso la ri-lettura di responsabilità e colpa; secondo alcuni autori la colpa, in una relazione (anche maltrattante), diviene  vettore di cambiamenti comportamentali (Baumeister e coll., 1992).
 Sulla base di ciò, sempre secondo tali studi, si è dimostrato come la colpa possa divenire un oggetto relazionale funzionale alla manipolazione della controparte e ad un suo reindirizzo verso condotte desiderate da chi ha indotto la colpa (vittima/carnefice). Allo stesso tempo la colpa diviene strategia al servizio della coppia (anche la coppia che manifesta una dinamica violenta) in quanto il sentirsi in colpa (per esempio della donna)  è solitamente legato al riconoscimento di mancanze verso il proprio partner (“forse non ho fatto abbastanza”) ed è perciò legato al rafforzamento del legame.
Correlato all’attribuzione di responsabilità è anche il presupposto teorico dell’intenzione del maltrattante di sopraffare la sua vittima con strategie umilianti, di continuo controllo, di potere che portano quest’ultima ad una vera e propria effrazione psichica; l’intento è quello di distruggere la vittima, “spezzando la sua visione del mondo e di sé stessa”, agendo sul suo pensiero, giorno dopo giorno, con un lavoro metodico e programmato che stravolge i suoi valori e il suo punto di vista su ciò che succede (Ponzio, 2000). F. Sironi (2001) parlando di tortura ne confronta alcuni processi sottostanti con quelli del maltrattamento: “E’ l’effrazione di un altro che ci invade, che ci influenza e ci modifica. A causa dell’effrazione psichica, ciò che un soggetto percepisce, sente e pensa è legato a un altro, alla maniera in cui l’altro lo ha pensato, che si riflette in autosvalutazione, paura di parlare, di chiedere qualcosa, di offendere, di deludere etc...; questo pensiero altrui rimane nell’ombra ma onnipresente, e acquisisce una densità psichica, ostacolando dunque il vero percorso del pensiero proprio”.
Per concludere, appaiono necessarie alcune precisazioni volte a rendere più chiaro la cornice entro la quale viene proposto e condiviso un percorso terapeutico con le donne vittime di violenza.
Il termine “violenza”, in questi casi, viene usualmente utilizzato per indicare tutti quegli atti che pongono la donna in condizione di subire strategie di potere e controllo da parte del partner, quali la violenza fisica, quella psicologica (svalorizzazioni, offese, umiliazioni, persecuzioni etc…), quella economica ed infine quella sessuale (all’interno e fuori della coppia) e tutti gli atteggiamenti che siano percepiti dalla donna come prevaricanti e irrispettosi. Le violenze perpetuate vengono definite “maltrattamento” (Ponzio, 2000).

1 L. Walker, The Battered Woman, Harper & Row,  New York, 1979. Abused Women and Survivor Therapy, American Psychological Association , Washington, DC, 1996. The Battered Woman Syndrome, Springer Publishing Company, New York, 2000.

2 M.F. Hirigoyen, Molestie morali-La violenza perversa nella famiglia e nel lavoro, Einaudi, Torino, 2000.
   F. Sironi, Persecutori e vittime- Strategie di violenza, Feltrinelli, Milano, 2001.

3 E. Gius, A. Zamperini, La relazione di coppia. Percezione di causalità e attribuzione di responsabilità, Franco Angeli, Milano, 1997.